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‘Voglia di tè' il calore di una bevanda che riscalda i cuori
‘Voglia di tè' il calore di una bevanda che riscalda i cuori


Storie di integrazione, diversità, culture, tradizioni, vissuti e tanto altro si condivide ormai mensilmente – da circa un anno – nel salotto interculturale tutto al femminile, ‘Voglia di tè’ presso il Centro Interculturale “Baobab - sotto al stessa ombra”. Donne provenienti da altri paesi, infatti, si incontrano periodicamente per stare insieme, chiacchierando dell’ultimo film visto in tv, della torta ben riuscita, ma soprattutto delle problematiche legate all’integrazione, dei servizi sul territorio, del contesto socio-economico, delle difficoltà familiari a cui si aggiunge la specificità, nonché la vulnerabilità, di genere.
Assistiamo da tempo ai grandi esodi migratori che dalle zone calde dell’Africa e del Medioriente si spostano verso l’Europa. E nella mente e nel cuore di molti di noi sono rimasti impressi fotogrammi e sequenze di volti e occhi impauriti e disperati dei migranti. Di questi, donne e bambini rappresentano una piccola percentuale. Anche il fenomeno migratorio, dunque, ha connotazione di genere. 
Di fronte a tale dato, diviene ancor più doveroso l’impegno e l’attenzione alle donne che spesso – trovandosi sole e disorientate in un paese sconosciuto, con annessi disagi linguistici – rischiano di finire vittime di violenze e sfruttamento, o restare socialmente isolate. 
Con questo sguardo, il Centro Baobab ha pensato ad un momento di condivisione e di relazione tra le donne conosciute attraverso il servizio di sportello informativo del centro interculturale, le iniziative proposte nel tempo dall’associazione e la rete di relazioni tra le stesse donne protagoniste degli incontri. Ogni appuntamento propone un tema o un’attività in cui le donne si cimentano mettendo in circolo i propri saperi ed abilità. Il 26 marzo, ad esempio,ci si è dedicati alla decorazione di uova pasquali secondo le tradizioni del mondo.
L’incontro è aperto a tutti coloro che amano le contaminazioni, odiano i pregiudizi e vogliano curiosare nella diversità.

 

Và dove ti porta il cuore... la storia di integrazione di Miroslava 

Quanto scomodi sono gli stranieri, o tutto ciò che è nuovo e fuori dagli schemi – persone o cose – in una mentalità chiusa e xenofoba? E le donne straniere? Sono tutte arriviste in cerca di guadagno o persone determinate e con capacità che mettono in gioco le loro competenze professionali alla pari di qualsiasi cittadino?
In occasione dell’appuntamento mensile con ‘Voglia di tè’ al Centro Interculturale ‘Baobab’ abbiamo chiesto a Miroslava, 37 anni, slovacca, moglie e madre di due figli, di raccontarci la sua esperienza di integrazione nel nostro Paese e nella nostra città.
Da quanto tempo sei in Italia e perché hai deciso di lasciare il tuo Paese?
Sono in Italia dal settembre 2002, arrivata direttamente a Foggia. Non ho lasciato il mio paese per condizioni economiche svantaggiate o problemi familiari ma per amore. Lavoravo in banca a Martin e con me anche il mio marito, italiano, che stava facendo un’esperienza professionale all’estero. Mi ha corteggiata, ci siamo innamorati e l’ho seguito in Italia.
Hai lasciato il tuo lavoro e la tua famiglia? Quali sono state le tue difficoltà maggiori?
È stato difficile per me pensare di dovermi rifare una vita in una nazione che non conoscevo, di imparare una lingua mai parlata e di dover lasciare la mia famiglia. I miei genitori sono entrambi insegnanti, le mie due sorelle sono laureate e solo io mi sono fermata al diploma. Stavo pensando di iscrivermi all’università e di laurearmi con percorsi agevolati offerti dalla banca in cui lavoravo, quando ho conosciuto Pasquale e mi sono trasferita in Italia. Prima la Slovacchia era fuori dall’Ue per cui ho dovuto risolvere molti problemi: burocratici legati al mio soggiorno in Italia, e di riconoscimento del mio curriculum studiorum e professionale. Inizialmente sono stata regolarizzata come colf dai miei suoceri. Ho seguito molti corsi di lingua, e un corso dell’Ue in cui venivano insegnate la lingua, l’informatica e un’abilità pratica a scelta: io scelsi il corso di estetica. Inoltre mi iscrissi all’Albo degli interpreti della Procura di Foggia. Insomma, mi sono rimboccata le maniche per integrarmi e trovare lavoro.
Oltre a corsi certificati e abilità professionali, hai altre passioni che sono vere e proprie competenze trasversali?
Sì, sono appassionata di découpage e di cucito creativo. Realizzo lavori su commissione o di mio estro. Ho imparato a cucire da ragazzina quando io e le mie sorelle, in assenza dei genitori, dovevamo rammendare d’urgenza qualcosa, accorciare le maniche di una giacca o cucire un bottone. E da lì ho appreso le tecniche giocando con le stoffe e realizzando lavori diversi dal puro e semplice confezionamento di abiti.
Purtroppo come paese viviamo ancora i pregiudizi nei confronti dello straniero. Tu li hai vissuti? Se sì, li hai superati?
Trapiantarsi in un paese diverso è molto difficile e se non hai punti di riferimento l’integrazione è ancora più faticosa. Io sono stata fortunata. La famiglia di mio marito mi ha dimostrato affetto e disponibilità da subito aiutandomi in tutto ciò che mi è stato necessario. Loro sono stati il mio primo canale di l’integrazione. Poi frequentando i corsi di lingua e di formazione professionale ho iniziato a stringere rapporti personali, sociali, in modo autonomo. L’Italia è un paese ospitale e accogliente, si percepisce questo calore rispetto ad altri paesi, ma il pregiudizio c’è sempre. E non si tratta soltanto di un pregiudizio legato al colore della pelle. Nel primo periodo, quando stavo imparando la lingua, mi capitava di entrare in un negozio e di percepire dal personale – accortosi della mia diversa nazionalità – sguardi diffidenti. La mia pelle è bianca e potevo permettermi di comprare un articolo costoso, ma non era sufficiente neppure questo per scalzare l’etichetta. Ero straniera lo stesso. Ci sono voluti sei, sette anni, nel mio caso, per superare questa barriera; altre amiche hanno impiegato addirittura il doppio per arrivare ad un integrazione tale da non suscitare pregiudizi in situazioni come quella appena descritta.
Secondo te, rispetto agli anni in cui arrivasti in Italia, oggi il pregiudizio è aumentato o diminuito?
Per me negli anni in cui sono arrivata in Italia c’era pregiudizio. Si stava vivendo l’immigrazione nel suo pieno qui in Italia; poi per un certo periodo si è quasi assopito, per poi ritornare in auge con la fantomatica crisi e la convinzione che lo straniero rubi il lavoro. Non è assolutamente vero. Spesso gli stranieri svolgono lavori umili non praticati dagli italiani. E anche lì dove si abbia a che fare con cittadini stranieri scolarizzati che continuano ad investire nella formazione o occupano un posto di lavoro sulla base delle proprie competenze professionali, scattano il pregiudizio e i discorsi sul lavoro. Vedere una persone integrata che conduce una vita serena, che vive una certa stabilità economica, stupisce. Così come scomoda avere a che fare con gente determinata che si impegna e riesce nelle cose che fa. Il genere di pregiudizio è cambiato ma c’è sempre. Forse può essere diminuito quello “epidermico”, ma a livello culturale persiste. Purtroppo si dà ancora molta importanza a cose superficiali, piuttosto che guardare alla realtà dei fatti e delle persone.
Sei contenta che i tuoi figli crescano in Italia?
Ho fatto una scelta anni fa e me ne assumo le responsabilità, anche di fronte ai miei figli. Non chiederei mai a mio marito di cambiare paese ance se per certi versi potrebbe convenire. È passato tempo e orami conosco meglio l’Italia. I miei figli sono nati qui, frequentano la scuola. Per il resto come madre cerco di trasmettergli i valori in cui credo e che consentono di vivere bene con gli altri. Decideranno loro un giorno cosa è meglio per la loro vita e il loro futuro.

 

 

 

 

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