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la Marca del Baobab: diritti e intercultura
la Marca del Baobab: diritti e intercultura

”GLI immigrati continueranno a venire mi scriveva qualche tempo fa un mio cugino impegnato tra medici che lavorano nel sud del mondo. Anche se circondassimo centimetro per centimetro i confini italiani compreso le spiagge con il filo spinato, finché il mondo sarà a due velocità, dove da una parte ci sono le carestie, gli sfinimenti e dall’altra ci possiamo permettere di pagare il dietologo per il nostro gatto, gli immigrati continueranno a venire”. E’ quanto dice a Statoquotidiano Domenico la Marca, responsabile Baobab.

Potrebbe provare a tracciare una linea direttiva nel caos interpretativo dei fenomeni migratori?: ‘In questo momento tutti sembrano avere soluzioni certe e colpevoli possibili, mentre, proprio in questa fase storica, dopo l’esperienza di Mare Nostrum, in cui potevamo darci del tempo per pretendere una vera politica europea dell’immigrazione, ci precipitiamo nelle decisioni. E il rischio è quello di fare delle scelte che alla fine ci riportano indietro.
Mi domando quale futuro avranno e quali speranze di riscatto in un fenomeno, l’immigrazione, simbolo del fallimento di una globalizzazione che ha creato squilibrio, costruito equilibri politici altri per gli interessi occidentali. In questi anni, l’Europa, ha attuato politiche che hanno avuto l’esito di creare manodopera ricattabile’.

Cosa ne pensano gli stranieri che conosce di quanto sta succedendo? ‘A dire il vero l’ho chiesto a pochi.Baty che in Francia si arrangia e lavora con il permesso di soggiorno di un altro, mi ha detto che conviene non uscire e questo mi ha fatto capire già tanto, ma poi non ho avuto il coraggio di chiederlo a Mohammed che alle cinque del mattino deve andare al cantiere; partirà in compagnia dei suoi due amici rumeni per lavorare dalle 5.30 fino alle 18.00, senza un contratto, senza nessuna sicurezza e sempre con la stessa paura di essere prima o poi “licenziati”.

Assolutamente lascio stare Irina che fa la pulizia in casa, stira, prepara tutto l’occorrente e i medicinali che la sua anziana come sempre combatterà per non prenderli. Irina, da due anni, trascorre quasi tutte le giornate chiusa in casa ad assistere la signorina Rosa di 86 anni, senza figli e con i nipoti già pronti nella divisione dell’eredità. Irina per la signorina Rosa è oramai figlia e madre, sorella e amica.

Mamadou, che, quasi tutti i giorni alle 4.30 parte con il suo Ducato, stracarico di tendoni e merce, che a chili compra all’ingrosso a Napoli. Oggi sarà a Corato, domani sarà a San Severo e martedì a Manfredonia, venerdì a Foggia. A Mehemet, invece, di prima mattina, sarà ad aspettare nella piazza di Borgo Tavernola il caporale che passa per cercare braccia’.

Cosa ne pensa del reato di clandestinità? ‘Ho sentito in tv che qualcuno sta proponendo di rimettere il reato di clandestinità. Ci stanno dicendo che è un reato per un essere umano cercare di poter vivere meglio. Va bene, ma stiamo attenti che con questo modello di società che cerca sempre nel più debole o nel diverso le colpe, primo o poi ci proporrà anche il reato di essere anziano, di essere bambino, di essere omosessuale. Allora, se i cittadini stranieri non possono sempre far sentire la loro voce, dobbiamo essere noi a far sentire la nostra, a ribellarci rispetto alla logica della paura, dei muscoli che atrofizzano il cervello e ci fanno fare cavolate enormi che prima o poi si pagano. Il nostro silenzio, se non è paura, è assenza di coraggio e questa è cosa peggiore’.

Qual è il compito dell’intercultura oggi? ”L’intercultura, in fondo, – diceva Antonio Perotti- fa politica quando recupera il senso della lotta contro ogni discriminazione. E quando non ci indigniamo più, quando non ci arrabbiamo, allora vuol dire che iniziamo ad omologarci, ad appiattirci, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. E’ come quell’alunno che, pur avendo tutte le possibilità e opportunità, si adegua, non studia. Vuol dire che nella vita farà il servo, il cortigiano.

Dobbiamo cambiare strategia, dobbiamo andare oltre quell’intercultura che rischia di essere soltanto di facciata, di intrattenimento. L’intercultura oggi per il domani deve farsi politica, azione, deve riguardare i diritti delle donne e degli uomini. Dobbiamo interagire con le nuove generazioni e ravvivare il senso di lotta contro ogni forma di discriminazione, dobbiamo rimettere al centro l’uomo, non il PIL.

Quale futuro per l’immigrazione? ‘Uno dei miei figli ieri mi ha chiesto: papà ma tu, con tutto quello che sta accadendo hai paura? Gli ho risposto che ho la stessa paura di un genitore di oggi che quando un figlio esce di sera, non sa se farà rientro. Che dobbiamo fare? Rinchiuderci? Chiudere tutte le porte? Mi piacerebbe sempre continuare ad avere l’ottimismo dell’operatore sociale, che vede sempre il bicchiere mezzo pieno e la speranza, la stessa di quel vecchio che piantava alberi, alla cui ombra-come diceva Rubens Alves- non si sarebbe mai riposato. Ma non gli importa, perché sa che quegli alberi un giorno fioriranno e i bambini legheranno altalene sui rami”.

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